L’altro giorno, con una ragazza che studia italiano con me abbiamo parlato della contentezza. Lei ne ha anche scritto qui. Mi piacciono le lezioni con lei perché mi fanno riflettere. E così ho fatto. Mi sono chiesta: e io, sono contenta? Sono contenta in viaggio? Prima di partire ero impaurita ma anche emozionata.
La risposta, oggi, è no. Neanche in viaggio.
Ciao, questa è Itineris Lente, lo spin off di Lettere dall’Oriente in cui ti racconto i retroscena della mia vita da viaggiatrice, scrittrice e freelance.
Qualche giorno fa ero a Tarragona, in Spagna, seduta sotto una palma a guardare il Mediterraneo da quaranta metri d’altezza, così da poter ammirare il blu che sfuma nel cielo in una foschia che celava appena le navi cargo. Faceva venir voglia di partire per mondi lontani, vivere nuove avventure, lasciarsi tutto alle spalle. Ero seduta lì a non fare assolutamente nulla se non osservare la linea drittissima dell’orizzonte e lasciare che la brezza si portasse via i pensieri dolorosi.
In quell’oretta ho provato qualcosa che assomigliava alla calma, ma sempre con questo sottofondo nero, questo buco che va dal petto all’intestino. La mancanza di Mikey la sento così, come se mi avessero svuotata delle interiora. Sembra una frase fatta dire “era una parte di me”, eppure è come se avessi perso un pezzo del corpo e sentissi un dolore simile a quello degli arti fantasma.
Come si fa, così, a essere contenti? In questo momento scrivo seduta sotto i pini mediterranei, sento l’odore della resina e lo stormire dei rami sospinti dalla brezza marina. Passeri e tortore becchettano attorno a me o cantano dai rami godendosi un momento di rara freschezza in quest’estate fin troppo caliente. Ci sono persino i pappagalli, verdi con il becco ricurvo e le penne sul petto gialle, che saltellano frenetici da un ramo all’altro senza trovar pace.
C’è una parte del mio cervello che si ricorda che sono queste le meraviglie della vita, che pensa che debba essere contenta di avercele, come di avere l’opportunità di esplorare posti nuovi. In fondo, questa è sempre stata la cosa più importante della mia vita: il viaggio.
Mi sposto di paese in paese da che ho memoria, ho iniziato da piccola e ho continuato da sola da adulta. Per me il viaggio significa (significava?) ringraziare di essere venuta su questo mondo che sa essere meraviglioso, ricco di gente sorridente che ti tende una mano, di persone che ti accolgono nelle loro case per raccontarti storie e darti da mangiare, da bere, da ridere. Mi sono creata questa vita forse un po’ precaria, ma flessibile e indipendente per poter riempirla di avventure e di gioia. Per me viaggiare significa essere gioiosi, ma anche un po’ avventati e imprudenti per poter provare quel brivido che ti fa sentire viva (che il viaggio per me sia una droga, a questo punto?)
Mettere questa domanda nero su bianco, anche se tra parentesi, mi ha fatto bloccare sul foglio. Non era di questo che volevo parlare, in realtà. Però vederle uscire dalle mie dita mi ha dato un altro spunto su cui riflettere. Di solito si assumono droghe proprio per anestetizzarsi o per sentirsi vivi e forse è per questo che sono partita quest’estate anche se, ho scoperto, non sono pronta. Immaginavo tutto diverso, di poter tornare a essere la me stessa di sempre, di poter avere una sorta di dose che mi facesse passare il male. E allora, se il viaggio non mi fa sentire come dovrei (vorrei) sentirmi, cosa significa davvero viaggiare? Possibile che tutto all’improvviso abbia perso il suo senso? Me ne sono accorta fin da subito, quando ho abbandonato la costa per salire a nord, verso il fresco, sui Pirenei nella micronazione dell’Andorra. Ho avuto l’opportunità di passeggiare nei boschi di abeti, lungo laghi alpini che riflettevano il blu del cielo estivo, circondati da mandrie con i loro campanacci e di greggi mescolati di pecore e caprette.
L’Andorra è un luogo a se stante, assomiglia un po’ alla Svizzera, pulita, ordinata e disseminata di negozi duty-free. La capitale, Andorra La Vella, è una tipica città europea con le sue vie pedonali e i negozi, divisa da un fiume lungo il quale camminare ammirando i massicci e i pascoli lontani che la circondano. Il paese intero è diviso da due autostrade principali: nord-sud e est-ovest lungo le quali sorgono piccoli villaggi con pochi abitanti e tanti turisti, soprattutto in inverno quando è aperta la stagione sciistica. Era persino fresco.
Io e la mia amica siamo state poco nei centri urbani per darci alla natura: boschi, laghi, piante spontanee e falchi che attraversano il cielo possono curare il cuore. Quasi sempre. Essere lì in mezzo a quella bellezza mi ha fatto sorgere dei dubbi: è giusto che io viaggi, dato che lui non c’è più e non può godere di tutto questo? È giusto che io torni a essere quella persona sorridente, energica e spericolata che in questo momento sarebbe dovuta essere su una marshrutka sovietica a rompersi l’osso del collo? Ma soprattutto: è questo che cercavo dal mio viaggio? Se devo essere onesta: sì.
Forse il viaggio non è che un modo per essere contenta, appagata, viva e quando questo smette di funzionare, può essere deludente. Eppure bisogna accettarlo: il viaggio non è guarigione, non è redenzione, non è una via di fuga. Solo che prima non avevo questo baratro dentro e il viaggio era davvero un gioco di esplorazione, un rendere grazie per questo pianeta maltrattato ma pieno di bellezza che abbiamo. E ora, invece, cos’è? E per te, cosa è?
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Altre cose che ho scritto:
Foto di girasoli della Catalogna scendendo dall’Andorra in un furgone scassatissimo del ’91.






Ciao Alessandra, leggo le tue riflessioni e mi viene da fare il paragone con un periodo molto difficile della mia vita. Viaggiavo da sola da anni, e in mezzo a uno stato di grande turbolenza interiore ho continuato semplicemente a fare ciò che sapevo fare: viaggiare. Non è stata la decisione migliore (anche se col senno di poi mi ha dato tantissimo): lontana da chi poteva aiutarmi, ho passato mesi di disagio e solitudine in cui proiettavo nel mio nuovo mondo esotico tutto il senso di smarrimento e malessere interno, senza mai riuscire a connettermi veramente col viaggio.
Quando ne sono uscita fuori ho smesso di viaggiare per un paio d'anni e mi sono concentrata su altre cose. Poi, con molta lentezza e pazienza, il richiamo del viaggio è tornato, e ha preso nuove forme ancora più belle di prima :)
Non so se questa condivisione ti può essere d'aiuto, ma può darsi che il viaggio non debba essere lo stato in cui tu hai bisogno di trovarti in questo momento. Il che non significa che da qui in poi sparirà dalla tua vita: può essere solo una pausa, e poi potrà tornare coi nuovi significati che sceglierai di dargli.
Se non ricordo male un po' di tempo fa avevi raccontato di sentire la presenza di Mikey nelle piccole cose, in mezzo alla natura: un tramonto, le onde di un lago, un fiore... Ecco, io credo che la risalita da un baratro possa sempre passare di lì. Con molta pazienza e amore :)
Anni fa usavo il viaggio come fuga - da tutto: il lavoro, la famiglia, la città, la versione di me che dovevo essere. Potevo essere me stessa o potevo essere qualsiasi versione di me stessa volessi, perché con un gruppo di sconosciuti che non avrei più rivisto... perché no?
Poi ho smesso di viaggiare, col COVID, l'acquisto di casa ecc.
Ho ripreso e ho scoperto di voler viaggiare sola. Il viaggio è ancora fuga, ma non per claustrofobia: per riposo, per seguire me stessa, ascoltarmi, regalarmi la gioia di un paesaggio o di un pasto particolare.
Se dovessi, nel tuo viaggio, passare da Roma, scrivimi un messaggio, sarei felicissima di offrirti un caffè e un maritozzo!