La vacca che ride
Da Venezia a Essaouira, in Marocco, via terra
Odio gli aerei. Odio la sensazione del vuoto sotto i piedi e la precarietà che percepisco a ogni spostamento dell’aria. Soprattutto, odio essere catapultata in un mondo nuovo senza preparazione sensoriale. Senza gli aerei sarebbe più difficoltoso spostarsi così tanto e così lontano, eppure voglio trascorrere la vita che mi rimane viaggiando via terra.
Ciao, sono Alessandra. Viaggio a tempo pieno e scrivo di viaggi lenti. Iscriviti gratis per vagabondare sul nostro bellissimo globo insieme a me.
Prendere un aereo e atterrare dopo tre ore in un altro continente mi fa perdere tutto ciò che è in mezzo: il paesaggio che cambia chilometro dopo chilometro, le lingue che sfumano l’una nell’altra, i gusti e gli odori sempre nuovi a ogni tappa, l’umanità che fa la spola tra un confine e l’altro in un caleidoscopio pacifico di diversità e di sporte di plastica.
Quando Philip mi ha scritto dal nord della Germania “devo portare un quad a Essaouira, arriverò via terra”, gli ho subito annunciato che sarei partita con lui, senza dargli la possibilità di replicare. In fondo, gli avrebbe fatto piacere avere compagnia in quei quattro giorni sulla strada. L’appuntamento è fuori Ginevra e, per fare tutto per bene, ho deciso di raggiungere la città elvetica in autobus, dando le spalle alla laguna e alle magoghe, che avrei ritrovato identiche ma con un palato più fine ad Essaouira, sull’Atlantico. Dai pacifici canali dove danzano le alghe all’inquieto oceano che si frantuma in rabbiosa spuma sulle mura di pietra, attraverso lo smog e il traffico della Pianura Padana, i tornanti delle Alpi, gli infiniti tunnel claustrofobici, le casette svizzere fatte su misura per una vita ordinata e tranquilla, con le vacche che pascolano ai lati della via grate della loro aria pulita e della loro vita senza scosse. Non ridono, non ne hanno bisogno.
A Ginevra faccio tappa da un amico per un’abbuffata di formaggio e vino buono, prima di avvelenarmi l’anima con il vino marocchino e consolarmi con i formaggini della vache qui rit spalmati sul pane arabo venduto su un carretto tra le pozzanghere della medina. Philipp mi aspetta oltre il confine, già in Francia, con il quad sul rimorchio trainato dalla macchina blu. Ci rimango male: dov’è la cabrio gialla che ci ha fedelmente condotto su tutti i sentieri di campagna tra gli alberi di argan e le caprette, schivando per miracolo buche profondissime, frenando all’improvviso al passaggio delle tartarughe ignare dei pericoli e attirando l’attenzione delle ragazze sui carretti trainati dai muli? “L’ho tenuta per più di sei mesi in Marocco, devo aspettare altrettanto tempo. Su, andiamo, che l’Africa è lontana.”
È già notte, siamo entrambi stanchi ma continuiamo a chiacchierare per spezzare la monotonia dell’autostrada francese con le sue toilette pubbliche nascoste tra le pinete. Tocca fermarsi a dormire, Philipp guida da chissà quanto tempo, io sono ancora un po’ stordita dalle riserve di vino di cui il mio amico fa rifornimento ogni volta che torna in Veneto. Il giorno dopo attraversiamo la Francia. A Perpignan decidiamo di abbandonare l’autostrada per entrare in Spagna e goderci lo spettacolo della costiera che sale e scende, la macchia mediterranea a destra e il blu profondo del mare nostrano dall’altro. Attraversiamo gli antichi paesini della Catalogna tappezzati di scritte che inneggiano all’indipendenza, raggiungiamo l’altopiano della Murcia, dove il clima cambia in fretta. Ci allontaniamo dalla nostra via per perderci in quel mondo sconosciuto di tranquilli paesi dove il tempo scorre lento. Alloggiamo nell’unico hotel aperto, mi fiondo sotto la pioggia per chiedere se hanno una camera libera e dove possiamo parcheggiare il rimorchio per la notte. È la nostra seconda tappa per rifocillarci e riposare, prima di riprendere il cammino il giorno dopo, scendere dall’altopiano, inoltrarci sui monti desertici della Sierra Nevada tanto che pare di essere dell’altra parte del mondo, invece siamo solo dall’altra parte del mare. Il vento soffia forte e spinge macchina e rimorchio. Oltre, sembra che ci sia la fine del mondo, invece dall’altro lato, da Algecires, scopriamo che non è così, che si potrebbe continuare fino a Città del Capo alla ricerca dei pinguini.
Abbiamo una vista privilegiata su tre Paesi e due continenti. Sulla sinistra si innalza come un monolite rettangolare il monte di Tarek, “il meglio dei due mondi”, come campeggia sugli enormi cartelloni pubblicitari: Gibilterra sembra quasi andare alla deriva ma resta saldamente attaccata all’Europa, con il suo clima mediterraneo e lo standard di vita albionico. Oltre lo Stretto, invece, si staglia netto il profilo imponente dell’Africa, che si avvicina quasi minacciosa. Un giorno ci schiaccerà: mancano solo 14 chilometri, in fondo. Ci rendiamo conto che non è lì per intimidirci, al contrario ci sta aspettando, con il suo calore da mamma paziente che freme nel riabbracciare tra i seni i suoi figli lontani. Ciao, Mamma Africa. Siamo tornati.
Arrivare nel continente nero con lentezza, con un traghetto che scivola tra le Colonne d’Ercole, è come avvicinarsi a un amico che si desiderava rivedere da tanto tempo. Il profilo si fa sempre più deciso, più solenne, più vicino fino a che, infine, possiamo poggiare i piedi sulla rossa terra d’Africa. Il famoso male svanisce all’improvviso. Usciamo in fretta da Ceuta per raggiungere la frontiera.
“Salaam Alekkum.”
“Alekkum Salaam.”
“Labas?”
“Alhamdullilah. Bene, grazie a Dio. Sei berbera?” Mi chiede il doganiere.
“No, ana min Italiya, sono italiana. Italianissima.”
“Sicura?”
“Certo che ne sono sicura.”
“Ayoub, non ti sembra berbera?” Il doganiere si rivolge al collega.
“Sì, è vero. Sei berbera?”
“No, sono italiana. Guarda il passaporto.”
“Mi vuoi sposare?”
“Eh?”
“Mi vuoi sposare?”
“No. E poi hai una fede al dito”, faccio notare al doganiere.
“Che importa? Posso avere quattro mogli.”
Philipp osserva questa scenetta con un’espressione sempre più contrita. Immagino sia stanco, guida da tre giorni, è partito dal Mare del Nord. Il motivo della sua angoscia viene fuori solo più tardi, quando parcheggia me, macchina e quad in un angolo e va a farsi fare una lavata di capo dai doganieri. Non è una questione di macchina gialla o blu, è che lui, in quanto europeo, non può tenere nessun veicolo con targa straniera in terra marocchina per più di sei mesi l’anno. Inizia una discussione infinita, con Philipp seduto sul sedile del quad a braccia conserte e il capo basso, quasi a proteggerlo. Ha la faccia da bambino imbronciato mentre litiga in francese. Incurante del fatto che mi abbia ordinato di starmene tranquilla in un angolo, scendo dalla macchina e vado a lamentarmi dal primo doganiere. In fondo, farci entrare nel Paese vale meno di un matrimonio. Mi regala un bricco di raib - un mix di latte, yoghurt e zucchero - del supermercato. A Essaouira un vecchio lo vende nella medina per pochi centesimi servendolo nello stesso bicchiere a tutti.
“Tuo marito non può far entrare un altra macchina in Marocco.”
“Non è mio marito.”
“Senti, possiamo mettere tutto a nome tuo, così ve ne andate da qui?”
Risolto il problema della macchina e quello del mio matrimonio, riprendiamo la nostra strada. Philipp guida nella notte, deciso ad arrivare a Salè, la città dei pirati. Vuole allontanarsi il più possibile dal confine, lì in quella terra dove la gente si butta a nuoto per raggiungere Ceuta. Avevo notato il filo spinato lungo la strada per svariati chilometri.
“Meno male che c’è stato questo problema e hanno controllato solo superficialmente. Ho un drone nascosto nel sedile del quad.” È illegale far entrare droni in Marocco. È illegale usarli, a meno che non si abbia un permesso speciale. “Per la sicurezza”, dice il governo, ma tutti sanno che il re Mohammad VI non vuole che vengano riprese le sue immense e lussuose residenze sparpagliate per tutto il Paese, né i disastri ecologici come quelli delle concerie di Safi, che riversano rifiuti tossici nell’Atlantico, dietro alti muri che non riescono a nascondere il tanfo nocivo che si sparpaglia nella periferia della città, come avrei scoperto il giorno dopo.
Dormiamo a Salè, che si fonde con Rabat, la capitale bonbon del Marocco, lustra, splendente, con le palme lungo tutti i marciapiedi e le guardie a cavallo in divise fiammanti a proteggere la residenza reale. La prima volta che sono stata a Rabat, durante il mio primo Ramadan – che mi sono auto-inflitta per una settimana: non ho mai bevuto acqua più buona di quello del primo tramonto, mentre aspettavo con ansia, abbarbicata su un muretto ad osservare la palla di fuoco che spariva oltre l’oceano e il colpo di cannone che precede il canto liberatorio del muezzin – Rida mi aveva raccomandato di “non andare a Salè da sola, soprattutto nelle medina, che è pericolosa. Stattene a Rabat tranquilla.” I miei uomini mi conoscono bene. Anni dopo, il mio amore Mikey, durante uno dei primi appuntamenti, mi ha messo tra le mani uno spray al peperoncino dicendo: “sei troppo spericolata e te ne vai a zonzo da sola. Prendi questo per ora, poi ti insegnerò un po’ di autodifesa.”
Philip, che in Marocco ci è cresciuto e sa bene quanto me che in realtà non è più pericoloso dell’Italia, se ne infischia e decide di riposare proprio nel mezzo della medina di quell’antico covo di pirati. Il suo unico cruccio è il quad con dentro il drone, specie dopo aver notato un gruppo irrequieto di adolescenti che ci osserva e ci segue per qualche metro, ma una bella mancia al guardiano del parcheggio gli mette l’anima in pace.
Il mattino seguente possiamo infine goderci la magia del Paese del Tramonto. Abbiamo alloggiato in un riad, la tipica casa marocchina costruita attorno a un cortile interno decorato con mattonelle dai colori brillanti, piante, fiori e incensi. Dall’alto entra l’aria tiepida del Nord Africa e il cinguettio degli uccellini che fanno compagnia durante le lunghe colazioni a base di tè alla menta, msemmen, miele, marmellate, pane e gli immancabili formaggini della Vache qui rit, anche lì in quell’alloggio per bene – una volta tanto – in un palazzo moresco del tredicesimo secolo.
Mi abbandono alla bellezza di quel paese che mi guarisce l’anima, dove si ringrazia poggiandosi la mano destra sul cuore, dove la vita scorre nelle mani di Dio. “Inshallah”, se Allah vuole. Dove le disgrazie sono la volontà di Dio. Dove le gioie sono la grazia di Dio. “Alhaamdullilah”, grazie ad Allah. I passeri cinguettano a mo’ di saluto e la vacca rossa sulla carta argentata mi guarda sbellicandosi. “Bentornata in Africa”.
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Bentornata! Mi fa estremo piacere ricominciare a leggere le tue avventure!
Bellissimo, sto provando una sana invidia, grazie mi hai fatto viaggiare con te.